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Il messaggio del vescovo per Natale

Un passo in più per accogliere il Figlio di Dio

L’ingresso nel clima della festa è possibile solo con la fede, che ci fa avvicinare a Gesù

Marco Busca
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Ricordo di come si celebrava il Natale nella mia infanzia. C’erano tre Messe: a mezzanotte, quella “alta” delle 11 e al pomeriggio con il bacio a Gesù bambino. Da piccolo potevo intuire soltanto che non fossero tre celebrazioni uguali, ma ciascuna era particolare nel suo genere per l’atmosfera che si creava, i canti che risuonavano e alcuni gesti della liturgia. Più avanti, nei miei studi, ho incontrato una pagina di filosofia che mi ha dato la chiave per interpretare la festa del Natale scandita nelle tre tappe. Kierkegaard distingue tre fasi di evoluzione nel modo di concepire l’esistenza: “estetica”, “etica” e “religiosa”.

L’atteggiamento estetico lo avevo imparato dalla signora Laura. La si vedeva in chiesa soprattutto per le grandi feste e la sua squillante voce di soprano troneggiava su quelle del coro parrocchiale. Ricordo una baruffa con il parroco: voleva si cantasse "Bianco Natale", mentre il reverendo tentava di convincerla che non era adatto, ma non c’era verso; la signora asseriva che «non è Natale senza quelle note e quelle dolci parole».

E quindi, la magia del Natale cos’ha a che spartire con la fede? Alcuni liquidano queste manifestazioni come vuoto sentimentalismo. La musica, la poesia e le arti figurative non sono ancora un’esperienza religiosa ma sono una segnaletica verso il mistero di Dio. Specie quando l’artista è mosso da un’ispirazione genuina e gli ammiratori sperimentano la sua arte con animo sincero. Quest’arte è già un annuncio del Vangelo.
Giungiamo così alla seconda Messa di Natale. Era presieduta dall’arciprete, uomo colto e dai costumi severi. L’atmosfera era assai diversa, l’assemblea era più compassata e tutti attendevano il momento centrale, ovvero la predica. Essa riscuoteva il consenso dei presenti che incarnavano la seconda fase dell’atteggiamento religioso: l’approccio morale. Il predicatore non diceva quasi nulla della poesia del Natale, se non per mettere in guardia l’uditorio dai facili sentimentalismi. Il Natale non sono i cori, i regali, le feste ma l’imitazione di Cristo: lui si è chinato sugli infelici e anche noi dobbiamo fare altrettanto. Certo, questo approccio mi sembrava il più coerente con il mistero dell’incarnazione. Poi ne ho visto i limiti: non basta parlare del bene a un uomo perché diventi buono. C’è ancora un passaggio.
È il senso della terza Messa di Natale, quella del pomeriggio con la chiesa riempita solo per metà, la Messa di Gesù Salvatore. La suora ci spiegava il senso: dare il nostro benvenuto a Gesù che è venuto a salvarci. Il celebrante invitava tutti a baciare la statua del Bambinello. Si formava una processione simile a quella che si faceva per ricevere la Comunione. All’Eucaristia si dice “Amen”, a Cristo che viene si dà un bacio di adesione personale. Come a dire: riconosco che sono un peccatore e che non potrei tornare figlio del Padre senza Gesù. Questa è la fase matura della fede, che Kierkegaard definisce “religiosa”.
L’ingresso nella profondità del Natale è possibile al passo della fede che accoglie il Figlio di Dio. Il Natale era bello per quel bacio al Salvatore che bisognava attendere alla terza Messa, quando i cori tacevano, le luci si spegnevano e finalmente avveniva l’incontro.

Diocesi di Mantova
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